Teenage Mutant Ninja Turtles IV: Turtles in Time
Pizza, pixel e viaggi nel tempo! 1992
Dopo il successo planetario di Sonic, il mercato dei platform si trasformò in una vera e propria corsa all’oro. Ricci velocissimi, canguri pugili, ninja provenienti da mondi di caramelle, pesci mutanti, gechi con gli occhiali da sole.
Chiunque poteva diventare la nuova icona dei videogiochi, purché fosse abbastanza colorato, veloce e carismatico. SEGA, però, decise di percorrere una strada diversa.
Anziché creare l’ennesimo animale antropomorfo, diede il ruolo del protagonista direttamente al giocatore. Così nacque Kid Chameleon, pubblicato nel 1992 e sviluppato dal Sega Technical Institute, lo stesso team che pochi mesi dopo avrebbe contribuito anche allo sviluppo di Sonic the Hedgehog 2, il gioco racconta una storia sorprendentemente moderna.
In un futuro non troppo lontano viene lanciato “Wild Side”, un videogioco in realtà virtuale così avanzato da permettere ai giocatori di entrarvi fisicamente.
L’unico disposto ad affrontarlo è Casey, un ragazzo appassionato di videogiochi conosciuto semplicemente come Kid Chameleon. Riletta oggi, questa premessa sembra quasi anticipare opere come Sword Art Online, Ready Player One o persino alcune puntate di Black Mirror. Nel 1992, invece, era semplicemente una brillante idea per giustificare un platform enorme, ricco di livelli e pieno di trovate geniali.
Perché Kid Chameleon non è un platform qualsiasi. Probabilmente si tratta di uno dei giochi più ambiziosi mai pubblicati su Mega Drive.
La prima sorpresa arriva già dopo pochi minuti. Ogni livello è disseminato di percorsi alternativi, stanze segrete, uscite nascoste e bivi che modificano completamente il percorso dell’avventura. Non esiste una sola strada per arrivare alla fine e, soprattutto, non esiste un solo modo di affrontare il gioco. Il motivo è semplice. Le maschere.
O meglio, gli elmetti. Ogni casco raccolto trasforma completamente Casey, cambiandone aspetto, abilità e perfino il modo di affrontare i livelli. Il Berserker sfonda muri con la testa, Iron Knight diventa praticamente un carro armato, Micromax si rimpicciolisce per infilarsi nei passaggi più stretti, Maniaxe lancia asce, Skycutter plana nel vuoto e Juggernaut corre abbattendo qualsiasi ostacolo trovi davanti.
Ogni trasformazione non serviva soltanto a dare varietà al gameplay, ma modificava radicalmente il level design. Alcuni percorsi erano accessibili solo con determinate abilità, incentivando l’esplorazione e rendendo ogni partita leggermente diversa dalla precedente.
Ed è proprio il level design uno degli aspetti più sorprendenti dell’intero progetto.
Con oltre cento livelli, Kid Chameleon sembrava letteralmente infinito. In un’epoca in cui la maggior parte dei platform si concludeva in una trentina di stage, qui ci si trovava davanti a un’avventura gigantesca, tanto che moltissimi giocatori dell’epoca non riuscirono mai a vedere i titoli di coda.
Anche perché il gioco non offriva password né salvataggi: bisognava affrontarlo tutto d’un fiato, oppure lasciare acceso il Mega Drive per giorni.
Dal punto di vista tecnico, il titolo rappresentava un piccolo capolavoro dell’hardware SEGA. Gli sprite erano grandi, colorati e ricchi di animazioni, mentre gli scenari cambiavano continuamente, passando da foreste lussureggianti a castelli sospesi, caverne laviche, deserti e mondi futuristici.
Il Mega Drive non raggiungeva forse i virtuosismi cromatici del Super Nintendo, ma Kid Chameleon dimostrava come una direzione artistica intelligente potesse compensare qualsiasi limite tecnico. Anche la colonna sonora contribuiva a costruire l’identità del gioco.
Curiosamente, nonostante tutte le sue qualità, Kid Chameleon non riuscì mai a diventare la nuova mascotte di SEGA.
L’ombra di Sonic era semplicemente troppo grande. E forse fu un bene. Casey non aveva bisogno di diventare un’icona commerciale: rimase qualcosa di diverso, un protagonista senza merchandising, senza cartoni animati e senza una valanga di sequel.
Una filosofia di design che ancora oggi appare sorprendentemente moderna.
Con il passare degli anni Kid Chameleon è diventato uno di quei titoli che gli appassionati citano con un misto di rispetto e nostalgia.
Non è ricordato quanto Sonic, non ha rivoluzionato il genere come Super Mario World, ma rappresenta perfettamente un periodo irripetibile della storia dei videogiochi, quando le software house avevano il coraggio di sperimentare e di costruire mondi enormi senza preoccuparsi troppo delle mode o delle classifiche di vendita.
Rigiocarlo oggi significa riscoprire un’epoca in cui ogni livello sembrava promettere una nuova sorpresa e in cui la curiosità era la ricompensa più grande.
Significa ricordare quando bastava infilare una cartuccia nel Mega Drive per sentirsi davvero dentro un altro mondo.
Forse Kid Chameleon non è mai diventato la mascotte che SEGA sperava di avere. Ma, a distanza di oltre trent’anni, continua a rappresentare qualcosa di ancora più importante: uno degli ultimi grandi simboli di quella stagione irripetibile in cui i platform erano sinonimo di fantasia, coraggio e meraviglia.
E forse è proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, vale la pena indossare uno di quei caschi e tornare a correre tra i suoi cento livelli, come se quell’estate del 1992 non fosse mai finita •
Pizza, pixel e viaggi nel tempo! 1992